Aggettivi

Pietro Bolognesi

Ci accontentiamo di aggettivi. Gli aggettivi sono quelle parti del discorso che qualificano i sostantivi. L’uso sapiente di essi permette di cogliere la qualità della cosa indicata dal sostantivo. E’ un interessante parametro della cultura posseduta. Gesù sapeva usarli.

Nel nostro Paese non sembra si sia in grado d’usare gli aggettivi. Se lo si fa, non lo si sa fare. Nei discorsi e dibattiti sulle questioni religiose, giornalisti, uomini di cultura (?), accademici, politici, si servono del termine “chiesa” senza alcuna specificazione. “La chiesa ritiene…, pensa…, è…”.  Nella mente dei più, il termine “chiesa” evoca, la chiesa cattolica romana. Questo alimenta un clima di nebulosità e superficialità. Come se la chiesa cattolico romana fosse l’unica chiesa o fosse in grado di riassumere sentimenti e convinzioni di tutte le altre chiese. Quando ci si sforza molto, si parla di chiese “diverse dalla cattolica”. E’ il colmo. In molte bocche le chiese non hanno ancora la necessaria dignità per essere nominate! Sembra che vi sia pudore o semplice ignoranza nel servirsi degli aggettivi. La chiesa cattolica sarebbe il metro, le altre vengono prese in considerazione solo commisurandole ad essa.

Che c'entra Dio con le calamità?

Gesù disse: "Ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi..." (Matteo 27:7)

Questa ed altre affermazioni sono state esegeticametne torturate e citate ogni volta che gli uomini hanno dovuto riflettere sulla potenza distruttrice degli elementi naturali.

Dopo il terremoto in Abruzzo e le catastrofi provate dal terremoto a Sumatra, da uno tsunami a Samoa e dall'inondazione che ha travolto Giampilieri e Scaletta Zanclea qui in Sicilia, proponiamo ai lettori del sito una riflessione biblica sui "segni dei tempi" scritta dal past. Alan Dunn.

Chi ne volesse delle copie cartacee può richiedercele liberamente.

Per scaricare l'opuscolo cliccate sull'immagine

Ora di Islam, una risposta sbagliata ad un problema vero

La recente proposta d'introdurre l'insegnamento dell'Islam nelle scuole italiane ha riportato al centro dell'attenzione il ruolo della scuola nelle politiche di integrazione culturale. Non c'è dubbio che la scuola abbia un'importanza cruciale in questo campo, eppure la soluzione intravista è una risposta sbagliata ad un problema reale. L'Italia è un Paese che, pur essendo uno stato laico, vede una confessione religiosa (quella cattolico-romana) godere di un privilegio iniquo: quello di impartire l'insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole pubbliche con insegnanti da essa selezionati ma pagati coi soldi di tutti i contribuenti. Ora, si vorrebbe gravare la scuola statale di un altro insegnamento religioso: quello dell'Islam per favorire l'integrazione degli studenti di famiglie musulmane. Il vizio di fondo dell'IRC, invece di essere risolto, viene esteso ed amplificato ulteriormente. L'ora di Islam è sbagliata come lo è l'IRC per il fatto che la scuola statale non è la sede per impartire l'insegnamento religioso, qualunque esso sia. Questo compito spetta alle famiglie e alle istituzioni religiose preposte. Piuttosto che introdurre un altro insegnamento confessionale, perché non si mette mano all'abolizione dell'IRC e non si lavora per una legge per la libertà religiosa che finalmente introduca nel nostro Paese una legislazione rispettosa di tutte le componenti religiose in un quadro di laicità ed uguaglianza? Solo così ci potrà essere integrazione, anche della minoranza islamica.

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Cristo soffrì e morì per divenire il prezzo di riscatto per molti

crownJohn Piper

«Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Marco 10:45).

+La Bibbia non suggerisce mai l’idea che, per permettere ai peccatori di essere salvati, Satana andasse ripagato. Quello che accadde a Satana quando Cristo morì non fu un pagamento, ma una sconfitta. Il Figlio di Dio divenne uomo «per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il Diavolo» (Ebrei 2:14). Non ci fu alcun negoziato.

Quando Gesù disse di essere venuto «per dare la sua vita come prezzo di riscatto», non intendeva concentrare l’attenzione su chi avrebbe riscosso il pagamento, ma sulla sua vita come pagamento e sulla sua volontà di servire piuttosto che di essere servito, come anche sui «molti» che avrebbero tratto beneficio dal pagamento di tale riscatto.

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