Una riflessione sulla morte del regista Mario Monicelli

Io intrapresi grandi lavori… Poi considerai tutte le opere che le mie mani avevan fatte, e la fatica che avevo sostenuto per farle, ed ecco che tutto era vanità, un correre dietro al vento, e che non se ne trae alcun profitto sotto il sole.  (Ecclesiaste 2:4,11)

Da giovane ero un grande amante del cinema. Prima dell’esistenza dell’home cinema e dei film in affitto e in streaming, andare a vedere un film era sempre un evento, eppure di molti film che ho visto non ricordo quasi nulla o, per lo meno, non ho memoria dei sentimenti  provati all’uscita dalla sala. In questi giorni, però, in seguito alla notizia della morte di Mario Monicelli, suicida a 95 anni, un ricordo è riaffiorato alla mia consapevolezza, vivo e nei minimi dettagli: la tristezza e il senso di vuoto provati dopo aver visto il film che lo stesso regista aveva diretto nel 1982, “Amici miei atto secondo”. Allora avevo 18 anni e quel film mi fece riflettere molto profondamente. La fine è tristissima e l’ultima inquadratura si ferma su un Tognazzi che, costretto su una sedia a rotelle, cerca di trovare qualche scampolo di senso alla propria esistenza partecipando ad una gara per disabili nella quale rimane ultimo. Ma, ancora più triste dell’epilogo, è il messaggio dell’intero film...

 

Rivelazione e futuro (H. Bavinck)

Benché in linea di principio la religione cristiana non sia ostile alla cultura, ugualmente non si può negare che attribuisca soltanto un valore subordinato a tutti i beni di questa vita terrena. Il valore del mondo intero non è grande quanto quello della perfezione del regno dei cieli, del perdono dei peccati e della vita eterna nella comunione con Dio. Sotto questo aspetto, la religione cristiana si oppone frontalmente alla visione del mondo assunta dall’uomo moderno e non è né adatta né pronta al compromesso. È in gioco nientemeno che il bene supremo dell’uomo.

Perciò non solo il cristianesimo è accusato, oggi, di opporsi alla cultura del passato piuttosto che di approfondirla e di assumere nei suoi confronti un atteggiamento di ostilità e rifiuto, ma si va oltre dichiarando che ha fatto ormai il suo tempo e che non può essere un fattore determinante rispetto allo sviluppo del futuro. Se la cultura moderna deve progredire, deve respingere completamente l’influenza del cristianesimo e rompere completamente con l’antica visione del mondo: dev’essere inaugurato un Kulturkampf al cui confronto quello di Bismarck contro i gesuiti fu un gioco da ragazzi!

La vera chiesa

John C. Ryle D.D. (1816-1900)

Appartieni all'unica e vera Chiesa, fuori dalla quale non c'è salvezza? Non ti sto chiedendo dove vai in chiesa  la domenica, ti chiedo solo: Appartieni all'unica e vera Chiesa?

Dov'è quest'unica e vera Chiesa? Qual è quest'unica e vera chiesa? Quali sono i segni che contraddistinguono quest'unica e vera Chiesa? Sono domande legittime. Prestatemi attenzione ed io vi fornirò alcune risposte.

L'unica e vera Chiesa è composta tutta da credenti nel Signore Gesù. E' composta da tutti gli eletti di Dio, da uomini e donne convertiti a Cristo, da ogni vero cristiano. In chiunque possiamo discernere l'elezione di Dio Padre, l'aspersione del sangue di Dio il Figlio, l'opera santificante di Dio lo Spirito Santo, in quella persona vediamo un membro della vera chiesa di Cristo.

Si tratta di una Chiesa della quale tutti i membri portano gli stessi segni caratteristici. Sono tutti nati dallo Spirito; tutti possiedono "ravvedimento davanti a Dio e fede nel Signore nostro Gesù Cristo", santità di vita e di condotta. Tutti odiano ciò che Dio considera peccato e tutti amano Cristo. Potranno rendere culto a Dio in maniere diverse. Alcuni useranno un particolare formulario di preghiere, altri nessuno; alcuni adorano Dio ponendosi in ginocchio, altri in piedi, ma tutti adorano Dio d'un cuore solo. Sono condotti da un unico Spirito; sono edificati su un unico fondamento; traggono tutti la loro religione da un unico libro, cioè la Bibbia. Sono tutti uniti, come i raggi di una ruota al perno centrale, a Gesù Cristo. Essi tutti possono persino ora dire d'un cuore solo: Alleluia, e possono rispondere d'un cuore solo e con un'unica voce: Amen e amen.

Perché abbiamo bisogno dei puritani (J. I. Packer)

Saggio introduttivo al libro Santi di mondo di Philip Ryken di prossima pubblicazione dall’editore Alfa & Omega

Si dice che il polo sia lo sport dei re. Svago molto più popolare, invece, è il lancio del fango. In particolare, infangare i puritani è stato per molto tempo il passatempo preferito su entrambe le sponde dell’Atlantico. Siccome l’immagine che la maggior parte delle persone ha dei puritani è tuttora imbrattata da molto di quel fango, bisognerà scrostarla almeno un po’.

La stessa parola “puritano”, in effetti, nasce già lorda di fango. Coniata nei primi anni ’60 del XVI secolo, fu sempre un’etichetta infamante, un’espressione satirica che denotava scontrosità, atteggiamento censorio, presunzione ed una certa dose di ipocrisia, con un’estensione del suo significato fondamentale di malcontento religiosamente motivato nei confronti di una Chiesa d’Inghilterra elisabettiana ritenuta Laodicea e arrendevole. In seguito, il termine assunse un ulteriore significato, stavolta politico: quello di oppositore della monarchia Stuart e difensore di qualche forma di assetto repubblicano. Il significato principale, comunque, continuava a riferirsi a quella che veniva considerata una stravagante, violenta e sgraziata forma di Protestantesimo. In Inghilterra, il sentimento antipuritano ebbe libero corso al tempo della Restaurazione, e da allora è fluito senza intralci fino a noi. Nel Nord America è montato lentamente dopo l’epoca di Jonathan Edwards, raggiungendo il culmine un centinaio d’anni fa nella Nuova Inghilterra post-puritana.

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, tuttavia, gli studiosi si sono impegnati in una meticolosa opera di rimozione/ripulitura del fango. E come gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina, che, dopo essere stati ripuliti dalla perizia dei restauratori dalle vernici più scure, rivelano oggi inusitati colori, allo stesso modo l’immagine convenzionale dei puritani è stata radicalmente rinnovata, almeno tra chi si documenta (la conoscenza, ahimè, viaggia lenta in certi ambienti). Edotti da Perry Miller, William Haller, Marshall Knappen, Percy Scholes, Edmund Morgan, e da un più recente stuolo di ricercatori, i lettori informati ormai riconoscono che i tipici puritani non erano degli individui selvaggi, feroci e grotteschi, dei fanatici religiosi e degli estremisti politici, ma cittadini sobri, coscienziosi e colti, persone di principio, determinate e disciplinate, eccellenti nelle virtù domestiche e senza particolari difetti salvo una certa tendenza a perdersi in chiacchiere quando avevano da dire qualcosa d’importante a Dio o agli uomini. Alla fine, chiarezza è stata fatta…

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