guida per le missioni

Dire la verità nell'amore (Paul D. Tripp)

Non è possibile intrattenere una relazione senza alcun genere di confronto. Il confronto avviene ogni giorno: una mamma sveglia la figlia per mandarla a scuola e la rimprovera per le condizioni della sua stanza; un fratello litiga con la sorella se questa si appropria senza permesso di qualche suo oggetto personale; una moglie parla con il marito dei propri affari; un pastore dibatte con un uomo caparbio della congregazione; un figlio sposato si lamenta con la madre per le sue interferenze nel matrimonio; un anziano si lamenta con un diacono del suo carattere suscettibile; una donna discute con un’amica della sua tendenza al pettegolezzo; un uomo anziano si duole con suo figlio che lo va a trovare di rado.

Tenendo conto che ci confrontiamo reciprocamente ogni giorno, dobbiamo chiederci: quale progetto guida il nostro confronto? Stiamo forse cercando di fare in modo che gli altri ci compiacciano? O piuttosto ci accostiamo a loro come ambasciatori, usando la Parola di Dio per condurli al pentimento?

Un confronto biblico efficace spesso ha inizio prima ancora di cominciare a parlare: lo stile con cui viviamo in società ogni giorno prepara la strada alla ricezione delle nostre parole. Non esiste alcuna separazione tra la nostra vita quotidiana e l’iniziativa di redenzione di Dio; non è possibile portare avanti la nostra volontà nelle “situazioni normali” e servire volontariamente il Signore nel “ministero”: una simile divisione è opera del nemico.

Il Signore possiede ogni nostra relazione. Egli ci ha posti in ciascuna di esse in vista dell’avanzamento del suo regno e per amore della sua gloria. Il suo progetto è più grande e migliore dei nostri! Per grazia, Dio ha preso delle persone perdute, sofferenti, cieche, deluse, egoiste, timorose e ribelli e le ha plasmate a somiglianza del suo Figlio. Egli mostra la sua gloria trasformando i pensieri e le intenzioni dei nostri cuori. La manifestazione della sua gloria, dunque, ha luogo laddove i suoi figli – ovvero i suoi ambasciatori – vivono, lavorano e si relazionano. Ogni situazione, dialogo, legame, prova o benedizione appartiene a lui; niente di tutto ciò è nostro. Non possiamo trovare soddisfazione compiacendo noi stessi in quello che diciamo o facciamo. Dobbiamo chiederci piuttosto che cosa lui gradisca.

Non è possibile intrattenere una relazione senza alcun genere di confronto. Il confronto avviene ogni giorno: una mamma sveglia la figlia per mandarla a scuola e la rimprovera per le condizioni della sua stanza; un fratello litiga con la sorella se questa si appropria senza permesso di qualche suo oggetto personale; una moglie parla con il marito dei propri affari; un pastore dibatte con un uomo caparbio della congregazione; un figlio sposato si lamenta con la madre per le sue interferenze nel matrimonio; un anziano si lamenta con un diacono del suo carattere suscettibile; una donna discute con un’amica della sua tendenza al pettegolezzo; un uomo anziano si duole con suo figlio che lo va a trovare di rado.

Tenendo conto che ci confrontiamo reciprocamente ogni giorno, dobbiamo chiederci: quale progetto guida il nostro confronto? Stiamo forse cercando di fare in modo che gli altri ci compiacciano? O piuttosto ci accostiamo a loro come ambasciatori, usando la Parola di Dio per condurli al pentimento?

Un confronto biblico efficace spesso ha inizio prima ancora di cominciare a parlare: lo stile con cui viviamo in società ogni giorno prepara la strada alla ricezione delle nostre parole. Non esiste alcuna separazione tra la nostra vita quotidiana e l’iniziativa di redenzione di Dio; non è possibile portare avanti la nostra volontà nelle “situazioni normali” e servire volontariamente il Signore nel “ministero”: una simile divisione è opera del nemico.

Il Signore possiede ogni nostra relazione. Egli ci ha posti in ciascuna di esse in vista dell’avanzamento del suo regno e per amore della sua gloria. Il suo progetto è più grande e migliore dei nostri! Per grazia, Dio ha preso delle persone perdute, sofferenti, cieche, deluse, egoiste, timorose e ribelli e le ha plasmate a somiglianza del suo Figlio. Egli mostra la sua gloria trasformando i pensieri e le intenzioni dei nostri cuori. La manifestazione della sua gloria, dunque, ha luogo laddove i suoi figli – ovvero i suoi ambasciatori – vivono, lavorano e si relazionano. Ogni situazione, dialogo, legame, prova o benedizione appartiene a lui; niente di tutto ciò è nostro. Non possiamo trovare soddisfazione compiacendo noi stessi in quello che diciamo o facciamo. Dobbiamo chiederci piuttosto che cosa lui gradisca.

Coloro che affrontano la vita in questo modo, sono pronti a servire Dio quali strumenti di cambiamento. Essi vedono oltre il proprio progetto quotidiano e vengono motivati dal piano di Dio, sono persuasi che non c’è nulla nella vita che valga più di questo. Chi vive così, è in grado di dire la verità agli altri grazie al riconoscimento del proprio bisogno ed alla gratitudine per Dio che fedelmente gli spiana il cammino.

 

Comprendere le fasi del processo di confronto

Il nostro scopo non è leggere alla gente una lista di accuse tratte dalle Scritture e dire agli altri quello che pensiamo di loro. Piuttosto, intendiamo aiutare gli uomini a comprendere i propri errori per condurli al pentimento. A tal fine, prenderemo ora in considerazione quattro fasi del processo di confronto, avendo sott’occhio una situazione di vita reale.

Jim e Dan sono molto amici. Dan si reca da noi preoccupato perché Jim sta facendo cose che sono disdicevoli per un cristiano. Ha ammesso di imbrogliare sulle ore di lavoro e occasionalmente “prende in prestito” le scorte dell’ufficio. Ha aggiunto che va a “rilassarsi” con i colleghi in alcuni club locali che Dan pensa dovrebbero essere proibiti ad un cristiano. Dan è stato anche ferito dal fatto che Jim ha tradito la sua fiducia, quando ha condiviso con altri dei fatti personali che lo riguardavano. Dan ha cercato di parlare a Jim della sua relazione con Dio, ma questi lo ha resistito, rispondendo di essere attualmente “privo di fiducia in Dio”. Jim ha detto più volte di aver intenzione di cambiare chiesa ed andare via. Dal momento che conosciamo bene Jim, ed abbiamo una relazione di fiducia reciproca, siamo ovviamente preoccupati per lui: decidiamo dunque di andare a parlargli.

Cosa diremo? Come potremo costruire un ponte per condurre Jim a ravvedimento? Come recheremo le verità della Scrittura negli ambiti specifici in cui è necessario il cambiamento? Come incoraggeremo la sete di cambiamento profondo e non un semplice capovolgimento della situazione? Come mostreremo a Jim il nostro amore attraverso una riprensione umile, franca, illuminante, generando in lui il pentimento?

Il processo di confronto è strutturato nelle quattro fasi di seguito descritte:

 

1. Riflessione

La domanda che dobbiamo porci è: cosa ha bisogno di vedere il soggetto − riguardo a se stesso, a Dio, al prossimo, alla vita, alla verità, al cambiamento − che egli non vede, e come posso aiutarlo a vedere?. Questa domanda può mettere a fuoco gli obiettivi del confronto. Il nostro scopo non è quello di comunicare una lista di cose sbagliate, ma aiutare gli altri a guardare a se stessi. Spesso, quando le persone raccontano la propria storia, non vi raffigurano se stessi. Si concentrano piuttosto sulle difficoltà della situazione, sulle attitudini e sul comportamento altrui. Non descrivono i propri pensieri, desideri, scelte ed azioni. Sebbene siamo sensibili alla realtà della sofferenza ed alle offese ricevute per mano d’altri, il nostro fine è incoraggiare gli uomini a guardare il proprio comportamento esaminando il cuore in un’ottica biblica.

Immaginiamo una madre che si confronti con la figlia riguardo alla necessità di ordinare la propria stanza. Mediante la riflessione la incoraggia a fare qualcosa di più che esprimere irritazione o lanciare un ultimatum. La madre vuole aiutare la figlia a considerare che il modo in cui si tratta ciò che si possiede è un riflesso del proprio cuore. Una simile focalizzazione può aiutare anche l’anziano che si confronta con il diacono riguardo la sua suscettibilità: egli vuole fare di più che suggerire all’uomo di tenere i malumori per se stesso; piuttosto, desidera spingerlo a riconoscere e confessare le proprie mancanze, pentendosi della propria rabbia ed impazienza.

La fase di riflessione ci chiama ad abbandonare i nostri piani e ad attuare quelli del Signore: non ci è permesso scaricare sul prossimo qualsiasi cosa avremmo sempre voluto dire, o semplicemente elencare le nostre proteste. Tutto quello che diciamo, ed il modo in cui lo diciamo, devono avere come obiettivo il cambiamento per Dio, altrimenti abbandoneremmo la nostra identità e la nostra chiamata.

Cinque domande possono aiutare le persone a scorgere ciò che il Signore vuole. L’ordine di tali domande è importante perché ci insegna a pensare in modo biblico riguardo al motivo per cui compiamo determinate azioni ed a riflettere sul modo in cui Dio ci cambia. Le domande seguenti sono appropriate sia per i giovani sia per gli adulti, nel ministero formale ed in quello informale.

1. Cosa è successo? Questa domanda si concentra sulla situazione o sulle circostanze che il soggetto sta affrontando. Prima di tutto desideriamo che egli si renda conto che gli eventi non lo hanno costretto ad agire in un determinato modo. In secondo luogo, per poter comunicare la verità, dobbiamo comprendere i dettagli del mondo dell’interlocutore. Il semplice “conoscere” una persona, infatti, non significa intuire tutte le sue difficoltà. Se cediamo al preconcetto, stiamo colmando le lacune della nostra conoscenza sulla base dell’esperienza individuale, non del carattere di chi ci sta di fronte.

2. Cosa hai pensato e provato quando è successo il fatto? Tale domanda porta il soggetto a guardare fuori della propria vicenda e gli chiede di esaminare il cuore. Gli ricorda che il cuore umano interagisce sempre con ciò che accade. Non siamo solo delle vittime, ma degli interpreti, e le nostre interpretazioni precedono e plasmano le nostre azioni. Proviamo inoltre forti emozioni che dirigono il nostro comportamento.

3. Come hai agito di conseguenza? Questa domanda è consequenziale alla precedente perché il nostro comportamento è forgiato dalla reazione del cuore alla situazione considerata. Se combiniamo le informazioni raccolte dalle prime due domande, potremo aiutare gli interlocutori ad individuare la connessione tra la propria interpretazione delle circostanze e la reazione derivatane. Ponendo poi la suddetta domanda, esortiamo le persone ad ammettere che il loro comportamento non è stato predeterminato dagli eventi («Era l’unica cosa che potessi fare!») o dagli altri («Mi ha fatto arrabbiare a tal punto!»). Un cambiamento duraturo dipende dalla capacità di cogliere un simile legame. Senza tale consapevolezza, si tornerà a spostare la colpa all’esterno di sé.

Se falliamo nel manifestare il nesso tra interpretazioni e reazioni, offriamo a Satana un’enorme opportunità. Egli, infatti, è un affabulatore che racconta bugie plausibili. Come già fece nel giardino di Eden, il diavolo ancor oggi preferisce lavorare con verità parziali e distorte. Le sue menzogne, infatti, hanno maggior potere poiché prendono le mosse da qualcosa di vero. Ad esempio, non posso entrare in un gruppo di sconosciuti e convincerli che sono un ginnasta olimpico, sarebbe una bugia certamente poco credibile. Tuttavia, se indossassi un abito raffinato, portassi una valigetta di cuoio e imparassi alcuni termini specialistici, probabilmente potrei persuadere gli astanti a credere che io sia un architetto. Il mio abbigliamento e la mia eloquenza, infatti, costituirebbero una menzogna plausibile. Il Nemico è specialista in quest’ultimo tipo di raggiri.

Tornando al caso iniziale, è vero che a Jim le cose non sono andate come avrebbe voluto. Ma così il diavolo ha materiale con cui lavorare, può tentare di far credere a Jim che il suo comportamento è stato causato dalle pressioni esterne. Se Satana riesce nei suoi scopi, facilmente Jim si convincerà che ciò che deve cambiare non è lui stesso, ma le persone e le situazioni intorno a lui.

Ponendo le domande nel corretto ordine, stiamo tentando di penetrare nella roccaforte del cuore; stiamo cercando cioè di mettere in evidenza le scuse e le bugie autogiustificanti, aiutando così gli interlocutori, forse per la prima volta, a notare che il loro comportamento ne rivela il cuore piuttosto che le difficoltà o la situazione in cui si trovano. Se essi non vedono la realtà in quest’ottica, potranno pure decidere di comportarsi in modo differente, ma nel proprio intimo resteranno ancora convinti che il cambiamento più consistente debba verificarsi fuori da loro. Il cambiamento che si produrrà sarà dunque temporaneo, poiché non è radicato nel cuore.

4. Perché lo hai fatto? Cosa cercavi di realizzare? Se la seconda domanda tende a rivelare i pensieri, quest’ultima cerca di scoprirne i motivi. Adesso stiamo insegnando che il cuore è sempre servo di qualcuno o qualcosa. In Matteo 6, Gesù usa la metafora del tesoro per esprimere l’inclinazione umana all’adorazione: la vita dell’uomo somiglia ad una grande caccia al tesoro. Ci sono realtà che per noi hanno notevole valore: approvazione, ricchezze, realizzazione di sé, un certo stile di vita, vendetta, amore, indipendenza, salute, gloria di Dio. In qualche modo, tutti cerchiamo di ottenere tali cose dalle situazioni e dalle relazioni. Il nostro comportamento, insomma, esprime sempre motivazioni o idoli del cuore. Notiamo che la prima e la quarta domanda connettono il comportamento ai pensieri interiori (Ebrei 4:12).

Se istituiamo simili connessioni, aiuteremo Jim a capire che ciò a cui il suo cuore è attaccato plasma la personale rea­zione alla sofferenza ed anche alla benedizione. In un certo senso, infatti, il combattimento di Jim è una ricerca di benedizione. Egli lavora per una solida compagnia, nel corpo di Cristo è circondato da persone che realmente lo amano e con le quali può parlare. Tuttavia, Jim non ha ancora ottenuto ciò che brama, quindi è scontroso e scontento, perfino adirato con Dio. Egli ha bisogno di vedere che il suo combattimento è essenzialmente una lotta per l’adorazione. Nella misura in cui cerca vita dagli elementi della creazione, Jim rimarrà insoddisfatto ed arrabbiato verso Dio. Il cambiamento avverrà solo quando questi comprenderà quale surrogato di Dio domini il suo cuore, condizioni le sue emozioni e controlli il suo comportamento. La confessione ed il pentimento devono dunque possedere la profondità del cuore.

Ad un certo punto Jim ha bisogno di confessare di aver vissuto per la propria gloria e non per quella del Signore. Un cambiamento definitivo ha luogo quando le persone non solo rimangono colpite dal male che li attanaglia, ma dal modo in cui hanno vissuto come ladri di gloria, pretendendo per se stessi quello che appartiene solo al Signore. Quale beneficio di lunga durata si può ricavare dall’insegnare a persone egoiste come si debba stabilire una convivenza pacifica nel matrimonio? Quale utilità duratura c’è nel confortare un depresso e poi allontanarsi, se il nucleo della depressione resta invariato?

Il Consigliere ammirabile è un Dio geloso. Egli non è soddisfatto quando l’esterno del piatto è pulito se l’interno resta sporco (Matteo 23:25). Il ministero biblico personale ha sempre a che fare con la gloria e l’adorazione. La domanda di fondo in ogni situazione dunque è: «Per la gloria di chi stai vivendo?».

5. Qual è stato il risultato delle tue azioni? Ponendo questa domanda non si cerca solo di individuare le conseguenze delle proprie azioni (Galati 6:7), ma anche il modo in cui tali conseguenze costituiscono il risultato diretto delle motivazioni interiori. I semi piantati nel cuore, infatti, si sviluppano in un qualche tipo di frutto nella vita individuale. Siamo tutti piuttosto abili nel negare il nostro cattivo raccolto: «Se avessi dei figli così, grideresti anche tu!»; «Lui mi fa perdere le staffe!»; «Non volevo dire questo!». Dobbiamo dunque aiutare le persone ad esaminare i frutti della propria vita istituendo una connessione tra il raccolto e le motivazioni del cuore.

Vogliamo essere usati da Dio per fornire al prossimo due modi di pensare: in primo luogo intendiamo diffondere una “mentalità del raccolto”, grazie alla quale si comprenda che ogni giorno l’uomo pianta semi e raccoglie frutti dai semi che ha piantato; in secondo luogo desideriamo comunicare una “mentalità dell’investimento”, che riconosca, secondo l’insegnamento di Gesù, come la nostra vita sia plasmata dal tesoro su cui investiamo. Ogni giorno, infatti, tutti investiamo in qualcosa, e viviamo dell’utile degli investimenti precedenti. Il nostro obiettivo è che le persone godano del proprio raccolto e dell’utile dei propri investimenti.

Quando aiutiamo gli altri a considerare i suddetti elementi, è importante ricordare che il discernimento personale si acquisisce con un lungo processo. Non basta una sola seduta di consulenza, né tanto meno in nostra presenza. Nella misura in cui i nostri interlocutori vogliono essere parte di tale processo, noi possiamo lavorare per focalizzare la loro attenzione verso il cuore ed i suoi frutti.

Può essere utile rispondere alle domande sopra considerate come se queste costituissero una sorta di diario. Di solito chiedo ai miei interlocutori di identificare due o tre situazioni o relazioni che regolarmente degenerino in un conflitto. Poi chiedo loro di stilare per due o tre settimane un resoconto di tali difficoltà, utilizzando le cinque domande succitate. Infine prendo il “diario” e lo leggo, sottolineando abitudini e linee di comportamento. Durante il successivo incontro, porto con me il diario e chiedo all’interlocutore di leggerlo in mia presenza. Più volte Dio ha usato questo semplice metodo per aprire gli occhi di molte persone su ciò che stava succedendo nei loro cuori.

Una volta discutevo con un uomo molto arrabbiato, che tuttavia non si accorgeva della propria ira. Si era volontariamente allontanato da amici, familiari e colleghi, ma riteneva di essere stato ingiustamente abbandonato. Ogni volta che tentavo di parlargli della sua rabbia, si irritava. Così gli chiesi di tenere per tre settimane un diario in cui avrebbe dovuto rispondere alle cinque domande. Quando mi riportò il diario, sottolineai tutte le cause e le circostanze della rabbia con un pennarello rosso. Una volta terminato questo lavoro, il diario era quasi completamente colorato! All’incontro successivo l’uomo lesse il diario per pochi minuti, poi, con gli occhi inumiditi di lacrime, disse: «Chi ha scritto questo diario è una persona iraconda!». Tale spiraglio di auto-comprensione divenne così una porta d’accesso per il cambiamento individuale. L’uomo iniziò a notare di aver vissuto in modo prepotente ed egoista, senza tuttavia permettere mai agli altri di venire incontro alle sue aspettative. Cominciò a vedere che la propria attitudine sospettosa verso il prossimo aveva reso molto difficile agli altri stargli intorno. Per la prima volta, dopo diversi anni, egli iniziò a vivere ad occhi spalancati!1

Quando incoraggiamo un simile cambiamento, rivestiamo il ruolo di ambasciatori, stiamo incarnando la presenza del Messia che ha ridato la vista a coloro che si trovavano nelle tenebre spirituali. Gesù, infatti, restituendo la vista ai ciechi durante la sua missione terrena, istituiva una metafora, valida anche per noi, relativa all’opera grazie alla quale ogni peccatore può tornare a lui in umiltà. Vedere è l’inizio del processo di cambiamento, è il principio del cordoglio non solo per i sentimenti che abbiamo provato, ma anche e soprattutto per il modo in cui abbiamo rubato la gloria che appartiene a Dio pretendendo di essere il centro del nostro mondo (e anche di quello degli altri). Una simile comprensione frantuma i nostri idoli e rivela le giustificazioni egoistiche e le bugie che per troppo tempo hanno nascosto tale idolatria.

Il processo di confronto prende le mosse dal fornire agli interlocutori una griglia di lettura non solo del loro comportamento, ma anche del sistema di adorazione che lo guida. Questa fase è essenziale e non può essere affrontata frettolosamente.

 

2. Confessione

Nel processo di confronto, la confessione è la fase logicamente conseguente alla riflessione: se infatti le persone hanno guardato se stesse nello specchio delle Scritture, dovrebbero contestualmente aver identificato i peccati del cuore ed i comportamenti che necessitano di essere confessati. Jim, ad esempio, può ora individuare le giustificazioni che gli permettono di rubare dal luogo di lavoro senza sentirsi in colpa. Egli può considerare che ha guardato ad una vita di benedizioni senza ravvisare altro che pretese. Mentre esamina il suo cuore, Jim dovrebbe essere divenuto capace di vedere le numerose reazioni scaturite dalle proprie motivazioni.

Il problema è che i peccatori trovano difficile confessare i propri peccati. Tutti escogitiamo diversi stratagemmi per sfuggirvi. Infatti, quando la luce della verità splende su di noi, istintivamente neghiamo, modifichiamo gli elementi della storia, ci assolviamo, accusiamo e biasimiamo il prossimo, ci difendiamo, argomentiamo, razionalizziamo, o ci nascondiamo. Tuttavia, la confessione è essenziale al processo di cambiamento. Essa costituisce il momento in cui l’uomo finalmente ammette ciò che c’è nel suo cuore, assumendosi le responsabilità di quello che ha fatto. Di conseguenza, non dovremmo dare per scontato che gli interlocutori confesseranno i loro peccati di fronte al Signore, né dobbiamo permettere alle nostre stesse parole di compiere una confessione al posto loro. Piuttosto, è necessario esortare le persone ad una confessione che non venga indebolita dai «ma» e dai «se solo…». La confessione ricorda infatti ad ogni individuo che il cuore e la vita appartengono al Signore, e che l’adorazione malriposta si cela dietro ai peccati comportamentali. Una vera confessione scaturisce dunque dall’adorazione autentica e si scioglie in una più profonda e totale adorazione di Dio.

Quali ambasciatori di Cristo, dobbiamo portare il nostro prossimo ad usare parole umili e specifiche per confessarsi di fronte al Signore. Dobbiamo anche incoraggiarlo a identificare chi possa essere stato ferito dal suo peccato per chiedergli perdono. Dovremmo infine guidare gli interlocutori alla preghiera, affinché ammettano il proprio peccato e ricerchino il perdono e l’aiuto di Dio.

A tal fine, è necessario che anche noi affrontiamo i nostri cuori. Come si è visto, infatti, noi stessi verremo influenzati dai peccati di coloro che siamo chiamati a servire. Nelle sedute più formali di consulenza, ad esempio, le persone pretenziose, boriose e litigiose risulteranno spesso scortesi, sprezzanti e ostinate. Dopo poche sedute, probabilmente gli appuntamenti successivi saranno cancellati! Oppure può capitare che un fratello o una sorella in Cristo chiedano il nostro consiglio, ma non lo seguano mai, e che continuino a rivolgersi a noi per dei problemi che essi si provocano da soli. Dobbiamo ammettere che anche noi siamo peccatori e che le nostre reazioni a simili mancanze non riflettono sempre il carattere di Cristo. Tuttavia, finché non saremo onesti con noi stessi e non ci pentiremo del nostro peccato, non potremo chiamare nessun altro a ravvedimento. Infatti, in tal modo entreremo anche noi subdolamente nel ciclo del peccato.

Dunque, se non affrontiamo le comuni tentazioni del ministero (errata convinzione di essere nel giusto, giudizio e condanna non biblici, amarezza e rabbia, impazienza, assenza di gentilezza), sovvertiamo il processo della confessione. Avete notato che il nostro peccato contro le persone, che commettiamo nell’ambito del nostro ministero, ha quasi le caratteristiche di una pseudo-confessione? Covare amarezza contro gli altri significa in effetti confessare ripetutamente il loro peccato a noi stessi. Provare rabbia, d’altro canto, è come confessare l’altrui peccato a Dio ed essere insoddisfatti che lui non abbia fatto qualcosa e non ci abbia posti nella sua stessa posizione come giudici, La maldicenza, infine, è confessare il peccato di qualcuno ad altri. Ognuna di queste false forme di confessione può insinuarsi sottilmente nel nostro cuore, sovvertendo il ministero che Dio ci ha affidato. Noi non veniamo sempre confortati dal fatto che Dio convincerà i nostri interlocutori, li condurrà al pentimento, li perdonerà e li riporterà ad una rinnovata comunione con lui. Al contrario, ci sono momenti in cui ci sentiamo come Giona, che si arrabbiò per il pentimento di Ninive (Giona 4:1-3):

Giona ne provò gran dispiacere, e ne fu irritato. Allora pregò e disse: «O Signore, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato. Perciò, Signore, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere”.

Praticamente Giona sta dicendo: «È proprio per questo che non voglio andare a Ninive: so che tu perdonerai questo popolo! Non meritano il tuo perdono, meritano il tuo giudizio! Ora però, purtroppo, la passeranno liscia!». Vorrei poter dire di non aver pensato questo del mio prossimo, ma l’ho fatto. Spesso le persone che hanno bisogno del nostro ministero sono le più difficili da servire In alcuni momenti è molto più facile essere loro d’ostacolo che rappresentare una parte del piano di Dio per portarli ad un sincero pentimento. Quando chiamiamo altri alla confessione, dobbiamo dunque confessare allo stesso tempo i peccati del nostro cuore.

 

3. Impegno

La riflessione e la confessione, all’interno del processo di confronto, rappresentano il gesto di “spogliarsi” (Efesini 4:22-24). L’impegno è a sua volta la prima tappa del “rivestirsi”. Ecco alcune domande che è possibile porre in tale fase: «Sotto quali aspetti Dio sta chiamando il soggetto a vivere e pensare in un modo radicalmente nuovo? Quali sono i desideri biblici che devono controllare il cuore di Jim, quando egli affronta le sue relazioni in chiesa e nel lavoro? Secondo quali nuove modalità Dio lo sta chiamando ad amare e servire gli altri? Quali passi di risanamento il Signore lo sta esortando a percorrere? Quali inusitate abitudini dovrebbero riempire la quotidianità di Jim? Lui è impegnato in tale direzione?».

Non bisogna ammorbidire l’appello divino ad un impegno concreto del cuore e della vita. Questo deve essere sempre rivolto a Dio e non limitarsi ad un semplice “accordo” orizzontale che ha per obiettivo una vita più facile. Dio è degno di adorazione anche se le circostanze dovessero rimanere le stesse. Se il peccato confessato è contro Dio, l’impegno deve essere preso con lui; se il soggetto ha vissuto per la propria gloria, un eventuale nuovo modo di vivere deve essere radicato nello zelo per la gloria di Dio e nella decisione di spendersi per lui. L’impegno basato sulla Bibbia è più profondo del comprendere ciò che ci ha danneggiato e del compiere azioni che ci facciano sentire meglio. Se prima di impegnarmi continuassi a chiedermi «Cosa ci guadagno?», sostanzialmente ribadirei la mia vecchia idolatria in una forma nuova. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, Dio ripudiava un simile impegno superficiale: egli non si accontenterà di nulla di meno del cuore (cfr. Isaia 1:10-20; 29:13; Matteo 23).

 

4. Cambiamento

È facile supporre che il cambiamento abbia avuto luogo perché l’individuo ha fatto mostra di comprendere ed ha preso degli impegni. Questo potrebbe tentarci di interrompere prematuramente il processo di confronto. Ma non potrà mai dire che il cambiamento è avvenuto fintanto che non si dimostra di essere cambiati! Infatti, l’obiettivo del confronto è proprio il cambiamento e non la comprensione o l’impegno a cambiare. Comprendere e impegnarsi sono semplicemente passi verso una vita spesa nell’adorazione di Dio. Dobbiamo dunque aiutare le persone ad applicare la comprensione e gli impegni alla propria vita. Se l’impegno, infatti, si focalizza sul “cosa”, il cambiamento si concentra sul “come”.

Come farà Jim a dimostrare la sua gratitudine verso Dio e gli altri? Come includerà le sue nuove abitudini nella routine quotidiana in modo da superare la distanza che lo separa dai suoi amici e dalla chiesa? Il cambiamento applica i nuovi impegni alle situazioni ed alle relazioni della vita di tutti i giorni.

Se vogliamo che le nostre parole siano veri strumenti di cambiamento, abbiamo bisogno di una direzione. Le quattro fasi considerate provvedono una mappa che ci guida nella direzione giusta.

1. Riflessione. Cosa vuole Dio che il soggetto veda?

2. Confessione. Cosa vuole Dio che il soggetto ammetta e confessi?

3. Impegno. A quale stile di vita Dio lo sta chiamando?

4. Cambiamento. Come dovrebbero essere applicati alla vita quotidiana i nuovi impegni assunti?

 

Come confrontarsi biblicamente

Come tutti gli altri aspetti del ministero personale, il confronto deve essere costruito non solo su obiettivi biblici, ma anche secondo metodi biblici. Dobbiamo costantemente esaminare la Scrittura per comprendere la teologia e la metodologia del ministero che in essa sono rivelate. Ad esempio, quando Paolo istruisce le membra del corpo a servirsi reciprocamente, dice: «Dite la verità [contenuto] nell’amore [metodo]». Contenuto e metodo sono entrambi importanti. La verità che non viene detta nell’amore cessa di essere verità perché viene distorta da altre motivazioni umane. L’amore che non è guidato dalla verità smette di essere amore perché è separato dai progetti di Dio. Dopo aver compreso gli obiettivi del confronto e le fasi del processo, possiamo chiederci come la Scrittura ci chiami a confrontarci l’un l’altro.

Vale la pena ripetere che il confronto di cui parliamo non consiste nel “fare una lavata di testa” ad un interlocutore che rimane silenzioso mentre elenchiamo una lista di infrazioni; al contrario, nella Scrittura lo stile di confronto più comune è l’interazione reciproca. Bisogna stare accanto all’interlocutore e aiutarlo a vedere se stesso raccontando storie, ponendo domande, ottenendo risposte e poi richiedendo un impegno. C’è dunque una struttura dialogica. Gesù impiegò un simile metodo di confronto nelle sue parabole (cfr. Luca 7:36-50; 14:1-14). Egli infatti parlava cosicché gli astanti potessero vedere, vedendo potessero confessare, e nella confessione potessero pentirsi. Il Signore affrontò attitudini, convinzioni e consuetudini inveterate in maniera molto diversa dai nostri dibattiti sempre tesi e nervosi.

Un ulteriore esempio di confronto interattivo è descritto in II Samuele 12:1-7:

Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse: «C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa». Davide si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: «Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte; e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà». Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo!».

Natan era stato chiamato a confrontarsi con il re riguardo all’omicidio ed all’adulterio che questi aveva commesso, ma non irruppe nella stanza del trono leggendo ad alta voce una lista di accuse Il suo obiettivo, infatti, era aiutare Davide a vedere ciò che aveva fatto e guidarlo al pentimento. Il suo modo di affrontare Davide appare dunque ben diverso da quello che noi solitamente usiamo. L’approccio di Natan è degno di nota almeno in una dozzina di punti.

1. Notiamo la gravità del problema: Natan non sta offrendo solo una “guida spirituale”; Davide, infatti, ha commesso omicidio ed adulterio!

2. Consideriamo il grado di cecità spirituale: Davide è il re unto da Dio; tuttavia non solo ha commesso adulterio con Bat-Sceba ed ucciso suo marito, l’ha anche condotta nel palazzo perché vivesse con lui. Più scandaloso è il peccato, più grave è la cecità che lo copre. È per questo che non dobbiamo limitarci ad una predica o ad una lista di accuse. Non stiamo affrontando solo il peccato, ma anche la cecità con cui l’uomo stesso si protegge nascondendo tale peccato dalla propria vista. La persona con cui siamo chiamati a confrontarci tenderà ad essere sia ostinatamente cieca, sia ciecamente ostinata- Se deve arrivare a confessare ed impegnarsi a cambiare direzione, ha bisogno di vedere quello che ha fatto. Abbiamo dunque bisogno di uno stile di confronto che la aiuti a fare ciò.

3. Non c’è alcuna evidenza che Natan sia entrato nella stanza del trono con occhi lampeggianti, vene sporgenti, dita puntate e parole violente («Davide, sei un assassino ed un adultero!»). Piuttosto, potremmo trovare irritanti le maniere pacate di Natan.

4. Natan sta davanti a Davide e gli racconta una storia, una metafora istituita per aprire gli occhi del cuore del re.

5. La storia è costruita su di un soggetto familiare alla vita di Davide (le pecore). Se prestiamo attenzione, possiamo apprendere molte cose riguardo ad un individuo, e queste ultime ci aiuteranno quando arriverà il momento di confrontarsi con lui. La metafora non deve essere drammatica o sconvolgente. A volte utilizzare un piccolo elemento della vita di qualcuno per illustrare un principio biblico o rivelare un peccato, è più efficace che una lunga storia tragica.

Ad esempio, l’uomo adirato di cui si parlava in precedenza, semplicemente non vedeva ciò che stava facendo alla sua famiglia. Era a capo del dipartimento informatico di una grande compagnia e voleva ottenere dalla famiglia la stessa risposta che davano i suoi computer. Non cercava dialogo o relazioni, ma solo azioni immediate in risposta a comandi chiari. Così cercai di spiegargli la differenza tra le persone e le macchine e la necessità di agire in modo diverso con le prime rispetto alle seconde. Gli dissi che, nel caso delle persone, spesso è necessario “premere il pulsante una seconda volta”, ovvero ripetere l’istruzione con gentilezza e condiscendenza. Lo feci per aiutarlo a vedere quello che stava facendo. La sua vita domestica era priva dell’amore pronto al sacrificio e della pazienza che Dio chiede ai mariti ed ai padri, sebbene non se ne accorgesse perché la sua famiglia era “in ordine”. Dio si compiacque di aprire i suoi occhi mediante la metafora di “premere il pulsante una seconda volta”.

Settimane dopo tale incontro, l’uomo mi disse: «Sai, hai davvero compromesso il mio lavoro! Adesso, ogni volta che mi siedo davanti al computer, penso a quello che ho fatto alla mia famiglia e chiedo aiuto al Signore!». La mia risposta fu: «Gloria a Dio!». Quando utilizziamo aspetti della vita di una persona come strumenti per aiutarla a vedere se stessa, tali elementi continueranno ad interagire con lei anche dopo che avremo finito di parlare. Un simile stratagemma aiuta il prossimo a ritornare a quello che il Signore intendeva mostrare.

6. Nello stile interattivo di confronto usato da Natan, l’attenzione è sulla storia, con l’obiettivo di incitare Davide a vedere ciò che non ha visto.

7. Il racconto è povero di dettagli, tuttavia molto specifico nell’applicazione. La storia non è l’obiettivo, ma un mezzo per raggiungerlo. Deve essere abbastanza “tagliente” per rimuovere gli strati di cecità ed esporre il cuore.

8. Il racconto realizza il suo obiettivo stimolando una reazione del cuore: «Davide si adirò moltissimo» (v. 5).

9. Notiamo che Davide è il primo a parlare dopo che il racconto è terminato, ha compreso il punto della questione e dice: «L’uomo che ha fatto questo merita la morte!» (v. 5). La storia porta Davide a confrontarsi con se stesso, anche prima di individuare un’applicazione per la propria vita.

10. Natan segue l’autoanalisi di Davide applicando il racconto al suo peccato di adulterio ed omicidio (vv. 7-12).

11. Davide pronuncia parole chiare di confessione senza cercare di addossare ad altri la colpa, né di giustificarsi (v. 13).

12. Natan conclude assicurando a Davide il perdono di Dio e mostrando le conseguenze del suo peccato (vv. 13-14).

Il saggio ministero del profeta Natan presenta un meraviglioso esempio di confronto biblico. I Vangeli ci presentano un modello analogo nella missione di Cristo. Anche in questo caso, dal momento che Gesù cercava di aprire gli occhi degli uomini per condurli al pentimento, il confronto risulta interattivo. Il Signore racconta storie, pone domande e risponde ad altre domande, guida il pensiero degli interlocutori, entra in dialogo, usa metafore ingegnose ed aspetta reazioni di autoanalisi, il tutto con l’obiettivo di esaminare se stessi e ravvedersi col cuore.

Nel pronunciare la verità, il principio è dunque l’interazione reciproca che include:

Una comunicazione bidirezionale. L’interlocutore deve essere invitato a parlare. Questo è l’unico modo per capire se ha compreso quello che stiamo dicendo, se ha ammesso e confessato i propri peccati, se vuole impegnarsi a vivere in un modo nuovo.

L’utilizzo di metafore. Una metafora si serve di un’immagine familiare per comunicare un’idea meno immediata. La Scrittura impiega una vasta gamma di metafore per aiutarci a vedere e conoscere Dio. Immagini come roccia, fortezza, sole, scudo, porta e luce, ad esempio, ci insegnano che Dio è solido, stabile, deciso, immutabile; un perno su cui reggerci. Nel confronto è bene trovare elementi della vita dell’interlocutore che possano illustrare verità o peccati che debbono essere visti. Chiediamoci dunque: «Cosa so del passato di quest’uomo, del suo lavoro, dei suoi interessi e delle sue esperienze, che mi possa suggerire una metafora da utilizzare?». La metafora può consistere in una singola analogia («Stai premendo il pulsante un’altra volta!») o in una storia più estesa («Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno…»).

Frasi che rivelino un’autoesame. Incoraggiamo il soggetto ad istituire una connessione tra gli esempi che adduciamo e la sua vita. Non elaboriamo nessi al suo posto, il suo cuore ha bisogno di abbracciare ciò che Dio gli sta mostrando e, senza pressione, deve essere pronto a confessare e ad abbandonare il peccato.

Una sintesi. Infine riassumiamo tutto quello che Dio intende insegnare ed esortiamo il soggetto a rispondere con un impegno sincero. Assicuriamoci che la sintesi sia chiara e non diamo per scontato il consenso dell’interlocutore. Piuttosto, fermiamoci e chiediamo un impegno specifico. Comunichiamo i principi generali delle Scritture in modo tale che risultino concretamente applicabili al caso particolare, affinché il soggetto possa andare via non solo con un chiaro senso di contrizione, ma anche con un forte senso di chiamata.

Il confronto dovrebbe sempre prendere le mosse dall’interazione reciproca, ma ci saranno comunque momenti in cui saremo chiamati a comunicare con qualcuno che si mostra ostinato, ribelle ed orgoglioso. Costui difficilmente parteciperà al dare e ricevere di un confronto dialogico. Egli dovrà udire la volontà di Dio ed essere esortato a rispondere. Uno stile assertivo è quello che più spesso associamo al confronto, ma dovrebbe essere riservato a coloro che rifiutano l’esame di coscienza richiesto dal dialogo. È per i caparbi e i duri di cuore. Dovremmo sempre iniziare con l’interazione (incoraggiando il soggetto ad un sincero esame di coscienza) e passare alla dichiarazione («Così dice il Signore: perciò pentiti!») solo quando l’interlocutore ha rifiutato di ascoltare e riflettere (cfr. Matteo 18:15-20; 23:13-39; Amos 6).

È una dolce grazia essere circondati da fratelli che ci amano abbastanza da confrontarsi con noi, che non vogliono lasciarci perduti, ciechi, confusi, ribelli, lontani. È un segno della fedeltà di Dio alla sua alleanza il fatto che egli ci mandi qualcuno ad aprirci gli occhi ed a condurci al pentimento. Sovente il Signore guarisce la nostra cecità spirituale nella nostra quotidianità, facendo crescere in noi la consapevolezza del nostro peccato. Si serve di mariti e mogli, fratelli e sorelle, padri e madri, anziani e diaconi, vicini ed amici per compiere l’opera del suo regno. Egli ci chiama, dovunque noi siamo, ad aiutarci gli uni gli altri per vivere una vita di fede.

È tragico essere talmente indaffarati da non vedere il bisogno intorno a noi. È terribile accorgersi di qualcosa di sbagliato e soffocare la verità, perché una riprensione amorevole ed umile ci porterebbe oltre i confini delle nostre vite tranquille e delle nostre relazioni superficiali. Simili risposte sono il frutto dell’amore per noi stessi che ha preso il posto dell’amore per Dio. Il ministero amorevole, umile e biblico dell’affermare la verità inizia sempre con l’esame del proprio cuore.

Siamo stati chiamati a partecipare all’attività più importante dell’universo. Dio ha preso uomini ribelli ed egoisti e li ha trasformati in persone che cercano la santità per amore della sua gloria, anche se dovranno soffrire in un mondo decaduto. A questo fine ci ha chiamati perché a nostra volta chiamassimo i peccatori al pentimento, incarnando la sua presenza ed il suo amore2.

1 Per un ulteriore approfondimento sull’utilizzo dello strumento dei compiti domestici in ogni stadio del ministero personale, si vedano le appendici 4 e 5.

2 Per un’ulteriore approfondimento si vedano: Speeking Redemptively, «The Journal of Biblical Counseling», vol. 16.3 (primavera 1998), pp. 10-18; e Grumbling – A look at “Little” Sin, «The Journal of Biblical Counseling», vol. 18.2 (inverno 2000), pp. 47-52.

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Quello che hai appena letto è il capitolo 12 del libro Strumenti nelle mani del Redentore

 

Strumenti nelle mani del Redentore
Cambiare aiutando altri a cambiare

Autore: PAUL D. TRIPP
Editore: Alfa & Omega;
Collana: Risorse per cambiare
173 pagine, € 22,90

DETTAGLI E ACQUISTO

INDICE DEL LIBRO

Prefazione
1. La notizia piu` bella: una ragione per alzarsi la mattina
2. Nelle mani del Redentore
3. Abbiamo veramente bisogno d’aiuto?
4. Il cuore come obiettivo
5. Comprendere il combattimento del cuore
6. Seguire il Consigliere ammirabile
7. Costruire relazioni entrando nel loro mondo
8. Costruire relazioni identificandosi con chi soffre
9. Conoscere le persone
10. Scoprire dove serve un cambiamento
11. Gli obiettivi dell’affermare la verita` nell’amore
12. Dire la verita` nell’amore
13. Stabilire un programma e chiarire le responsabilita`
14. Rinsaldare l’identita` in Cristo e favorire l’assunzione di responsabilita`

Appendici
1. Aprire gli occhi ai ciechi: un altro sguardo alla raccolta dei dati
2. Qual e` l’apporto del consulente al processo di raccolta dei dati
3. Strategie per la raccolta dei dati
4. Dottrine che motivano i compiti per casa
5. Studio personale e le quattro fasi del counseling

Indice dei riferimenti biblici

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